indietro

Il clarino innamorato

II vecchio quartiere della città stava come isolato nel suo sudicio e nel suo silenzio; un dedalo di viuzze buie con grandi case rose dal tempo e qualche palazzo in rovina. Non era abitato da gente comune; qualche vecchio misantropo, delle indovine dai capelli tinti, con gli amuleti pendenti dal collo; le suore rinchiuse nei loro conventi, nel vergine segreto di quattro pareti.

Le uniche botteghe di quel quartiere erano quelle dei rigattieri, e si notavano subito per qualche segno; una stampa tarlata dietro al vetro opaco della vetrina, una poltrona imporrita che succhiava nell'ombra la polvere, un tavolo zoppo, lì, sulla strada; e qualche statua mozza posata allo stipite come a prendere aria, a godere quel raggio di sole che filtrava dai tetti. Un colore stagionato, caldo, posava su tutto il quartiere, dove i rumori giungevano come ovattati e l'odore di muffa, di stantio si univa a quello della cera, a quello dolce delle vecchie stampe; sembrava che ogni colore sbiadito, ogni rumore non fosse che un'eco, come sognato, di colori e rumori lontani.

Al centro di questo quartiere una piazzetta raccolta, minuscola come un cortile; una specie di cuore da cui le vene delle strade tortuose spiegavano i loro tentacoli. Sulla piazzetta un'insegna modesta vicino a un fondaco scuro di rigattiere; nella vetrina accanto, dietro al vetro ingrommato di polvere, adagiato sopra il velluto della sua custodia, stava un clarino. Rosso stinto il velluto, a macchie di giallo smorto; il nero, dell'involucro consunto, bacato, come ammalato da tanti anni d'uso; con un tenue riflesso verdognolo, quasi muschioso.

Pure il clarino, morbidamente abbandonato su quella coltre di velluto rosso, mandava ancora bagliori al lume fioco di una lampadina, e un certo fascino strano spirava da lui; un'aria di nobiltà contenuta, di antico decoro anche attraverso quel velo di polvere, anche attraverso la tela di ragno che univa i ritratti di Verdi e di Beethoven; e luccicava, come fosse un ricamo di seta. Aspettava. Da mesi, da anni, non sapeva nemmeno da quanto. Aspettava. Accanto al ritratto di un vecchio re, tra un blocco di musica ingiallita, un violino scollato e un bel negretto reggicandelabro che sfoderava ai passanti ancora intatto il suo sorriso bianchissimo, limpido, dove nessuna polvere si era posata. Sembrava addormentato ma non lo era; teneva un tasto alzato fra gli altri bassi che serviva da spia, per sorprendere intorno l'atmosfera incantata del fondaco scuro dove le cose del rigattiere, benché abbandonate e sbiadite, respiravano ancora. E la campanula, il fiore del suo lungo corpo lucente era il suo orecchio finissimo, dentro al quale i leggeri, infinitesimali rumori dell'aria e delle cose entravano ovattati di silenzio e di polvere; musica strana senza una scala, fatta di note che è impossibile scrivere o leggere, ma che per lui esistevano.

Un angolo breve di mondo che vibrava nel suo cuore di cavo metallo in ascolto: il tentennare di un "maggiolino" zoppicante, l'insistente rodio di un tarlo, i fogli di musica che scricchiolavano l'uno sull'altro, il rumore sottile dei denti del negretto che stridevano bianchi, nella penombra; o la pasta di colore che nel ritratto del vecchio re si andava scrostando, millimetro dopo millimetro. Ore lunghissime vicino a un grande orologio immobile da più di un secolo; gocciare di tempo lentissimo, finché il cristallo di un calice, appena sfiorato dall'aria, mandava il suo lungo barbaglio, come a dare un segnale, un rintocco.

Aspettava qualcosa che quei rumori annunziavano, accennavano solo confusamente; erano accordi, note staccate, stracci di musica, che inutilmente cercava di fondere insieme in un limpido armonico canto. E questo canto che non veniva gli dava un interno malessere, che lo possedeva senza lasciargli respiro; ma senza che nulla trapelasse fuori. Nessuno infatti, guardandolo nella sua custodia, avrebbe creduto che i giorni, che i mesi e gli anni passati nel suo tettuccio di velluto rosso erano giorni e mesi ed anni di mal d'amore.

Niente più lo prendeva né lo distraeva, neppure i ricordi, che erano quanto di più bello conservasse il passato. Quand'era il primo clarino di una grande orchestra, in un teatro pieno di spazio, sfolgorante di luci; quando nella penombra si alzava in piedi e nell'aria sospesa lanciava l'«a solo» a gola spiegata, con le sue note più belle. E laggiù, dentro al palco reale, il vecchio re del ritratto con il binocolo fisso su lui era in ascolto; quel vecchio re che si andava scrostando. Le penne di struzzo ondeggiavano lievi; i gioielli e gli specchi, i cristalli pendenti dai candelabri mandavano piccoli lampi; e qualche ventaglio biancheggiava nella penombra odorosa dei palchi. Poi, all'improvviso, lo sfolgorare di luci, gli scrosci di applausi, e la parete di velluto con le lunghe frange dorate, che ondeggiava davanti alla scena.

La sua gioventù! Qualcosa di molto lontano che non rimpiangeva nemmeno, come faceva il violino scollato, con l'affanno e il grattare della sua voce divenuta chioccia; perché c'era qualcosa di vivo, di presente e di nuovo in quella sospesa atmosfera; qualcosa che riempiva il silenzio d'intorno e che nessuna polvere poteva invecchiare, come il sorriso limpido di quel negretto reggicandelabro.

C'era una vecchia canzone che stava lì in mezzo, tra i fogli di musica tutti gualciti, fioriti di muffa; una pagina più gialla e increspata di tante altre, soffocata quasi da una pila di carta che la seppelliva; ma sembrava che in tutto quel fascio di musica ci fosse lei sola. Veniva un po' in fuori con qualche nota, copiata a mano confusamente; pochissime battute vergate ad inchiostro di china; ma dal primo momento, dal primo sguardo che il nostro clarino aveva lasciato su quelle note, non riuscì più ad appisolarsi dentro la sua custodia; colpito all'istante da un sacro fuoco. Leggerla tutta, possederla intera la "sua" canzone, vedere il seguito di quelle dolci ma troppo brevi battute di esordio. Questo era il sogno; e si struggeva, si macerava concentrandosi lì, su quelle poche note, sopra il titolo scritto nel mezzo; un titolo in "ronde" con gli svolazzi fioriti, complimentosi di un'altra epoca che s'intrecciavano e si arricciavano intorno alle lettere. Un supplizio, come a scoprire un profilo di donna, lo snodarsi flessuoso di una mano bianca e non potere aver altro; né sentire il suono della voce o sorprendere il lampo degli occhi.

Non sapeva nemmeno se quella canzone, quel titolo, si era mai accorto di lui, se lo degnava di qualche attenzione; se aveva ascoltato qualcuno dei gemiti sordi, soffocati che talvolta facevano un poco vibrare il metallo di cui era fatto. Ma il nostro clarino era strumento di vecchio stampo, e mai si stancava di credere nel proprio sogno; sapeva che il suo desiderio struggente, giovanile, la sua aspettativa sotto la polvere, al lume fioco di una lampadina, non potevano certo restare inutili; se il "suo" momento non era arrivato, non poteva tardare a venire.

Un giorno (non si sa di preciso che giorno, non c'era nessun calendario; non era né San Romualdo né Santa Giustina, non era domenica e neppure Pasqua, eppure fu certo un gran giorno di festa), un giorno dunque s'udì un frusciare più intenso, più insolito nella vetrina del rigattiere; il violino finì di scollarsi dall'emozione, i calici tintinnarono come campane, il quadro del re si fermò nel suo processo di sfaldamento; il "maggiolino" col piede posticcio, i cristalli, il ragno che filava da Verdi a Beethoven, rimasero immobili, si alzarono in punta di piedi a vedere... il miracolo. Con un titanico sforzo che si era maturato in lei da gran tempo, in completo silenzio, la canzone era riuscita a capovolgere il mucchio di carta che la soffocava, che la imprigionava da anni; e finalmente si era liberata. Scivolò dal suo posto, planò dolcemente nell'aria sollevando una leggera nube di polvere; andò a posarsi con un delicato e molle arabesco vicinissima al nostro clarino; il quale, un po' per la polvere smossa da quella leggera ventata e un po' per la grande, stupenda emozione, diventò lucidissimo, come solo era stato da nuovo.

E avvenne la cosa più bella che tutti gli oggetti del rigattiere avessero mai contemplato, una cosa che fece riprendere il battito al cuore del vecchio orologio, immobile da più di un secolo, e che le case di quel quartiere si raccontano sempre da allora quando si sentono giù di morale, e vogliono un poco distrarsi. Così d'un tratto, mentre le cose stavano attonite, sospese ancora tra cielo e terra, il nostro clarino cominciò a suonare, a flautare tutto da solo fino al "morendo dolcissimo" della canzone. Nulla poteva esprimere meglio il suo amore di quelle note sgorgate limpide, come un miracolo; e niente esprimeva il consenso della vecchia canzone meglio di quel silenzioso titanico sforzo di liberarsi del cumulo di vecchia musica, del suo abbandonarsi vicino a lui, senza l'aiuto di una parola.

Il clarino suonava come non aveva mai fatto da giovane, neppure quando era clarino di una grande orchestra, nel silenzio ovattato di un buio teatro; di fronte alle dame che si sventolavano e al vecchio re che sedeva nel palco. La canzone, adagiata vicino, ascoltava; le sue piccole note vergate ad inchiostro di china sembrava che formicolassero, che palpitassero sotto la luce della lampadina.

E il negretto, dall'alto del suo piedistallo, rideva, rideva felice, con tutta la chiostra de' suoi denti bianchi.


indietro