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II
vecchio quartiere della città stava come isolato nel suo
sudicio e nel suo silenzio; un dedalo di viuzze buie con grandi case
rose dal tempo e qualche palazzo in rovina. Non era abitato da gente
comune; qualche vecchio misantropo, delle indovine dai capelli tinti,
con gli amuleti pendenti dal collo; le suore rinchiuse nei loro
conventi, nel vergine segreto di quattro pareti. Le
uniche botteghe di quel quartiere erano quelle dei rigattieri, e si
notavano subito per qualche segno; una stampa tarlata dietro al vetro
opaco della vetrina, una poltrona imporrita che succhiava nell'ombra
la polvere, un tavolo zoppo, lì, sulla strada; e qualche
statua mozza posata allo stipite come a prendere aria, a
godere quel raggio di sole che filtrava dai tetti. Un colore
stagionato, caldo, posava su tutto il quartiere, dove i rumori
giungevano come ovattati e l'odore di muffa, di stantio si univa a
quello della cera, a quello dolce delle vecchie stampe; sembrava che
ogni colore sbiadito, ogni rumore non fosse che un'eco, come sognato,
di colori e rumori lontani. Al
centro di questo quartiere una piazzetta raccolta, minuscola come un
cortile; una specie di cuore da cui le vene delle strade tortuose
spiegavano i loro tentacoli. Sulla piazzetta un'insegna modesta
vicino a un fondaco scuro di rigattiere; nella vetrina accanto,
dietro al vetro ingrommato di polvere, adagiato sopra il velluto
della sua custodia, stava un clarino. Rosso stinto il velluto, a
macchie di giallo smorto; il nero, dell'involucro consunto, bacato,
come ammalato da tanti anni d'uso; con un tenue riflesso verdognolo,
quasi muschioso. Pure
il clarino, morbidamente abbandonato su quella coltre di velluto
rosso, mandava ancora bagliori al lume fioco di una lampadina, e un
certo fascino strano spirava da lui; un'aria di nobiltà
contenuta, di antico decoro anche attraverso quel velo di polvere,
anche attraverso la tela di ragno che univa i ritratti di Verdi e di
Beethoven; e luccicava, come fosse un ricamo di seta. Aspettava. Da
mesi, da anni, non sapeva nemmeno da quanto. Aspettava. Accanto al
ritratto di un vecchio re, tra un blocco di musica ingiallita, un
violino scollato e un bel negretto reggicandelabro che sfoderava ai
passanti ancora intatto il suo sorriso bianchissimo, limpido, dove
nessuna polvere si era posata. Sembrava addormentato ma non lo era;
teneva un tasto alzato fra gli altri bassi che serviva da spia, per
sorprendere intorno l'atmosfera incantata del fondaco scuro dove le
cose del rigattiere, benché abbandonate e sbiadite,
respiravano ancora. E la campanula, il fiore del suo lungo corpo
lucente era il suo orecchio finissimo, dentro al quale i leggeri,
infinitesimali rumori dell'aria e delle cose entravano ovattati di
silenzio e di polvere; musica strana senza una scala, fatta di note
che è impossibile scrivere o leggere, ma che per lui
esistevano. Un
angolo breve di mondo che vibrava nel suo cuore di cavo metallo in
ascolto: il tentennare di un "maggiolino" zoppicante,
l'insistente rodio di un tarlo, i fogli di musica che scricchiolavano
l'uno sull'altro, il rumore sottile dei denti del negretto che
stridevano bianchi, nella penombra; o la pasta di colore che nel
ritratto del vecchio re si andava scrostando, millimetro dopo
millimetro. Ore lunghissime vicino a un grande orologio immobile da
più di un secolo; gocciare di tempo lentissimo, finché
il cristallo di un calice, appena sfiorato dall'aria, mandava il suo
lungo barbaglio, come a dare un segnale, un rintocco. Aspettava
qualcosa che quei rumori annunziavano, accennavano solo confusamente;
erano accordi, note staccate, stracci di musica, che inutilmente
cercava di fondere insieme in un limpido armonico canto. E questo
canto che non veniva gli dava un interno malessere, che lo possedeva
senza lasciargli respiro; ma senza che nulla trapelasse fuori.
Nessuno infatti, guardandolo nella sua custodia, avrebbe creduto che
i giorni, che i mesi e gli anni passati nel suo tettuccio di velluto
rosso erano giorni e mesi ed anni di mal d'amore. Niente
più lo prendeva né lo distraeva, neppure i ricordi, che
erano quanto di più bello conservasse il passato. Quand'era il
primo clarino di una grande orchestra, in un teatro pieno di spazio,
sfolgorante di luci; quando nella penombra si alzava in piedi e
nell'aria sospesa lanciava l'«a solo» a gola spiegata,
con le sue note più belle. E laggiù, dentro al palco
reale, il vecchio re del ritratto con il binocolo fisso su lui era in
ascolto; quel vecchio re che si andava scrostando. Le penne di
struzzo ondeggiavano lievi; i gioielli e gli specchi, i cristalli
pendenti dai candelabri mandavano piccoli lampi; e qualche ventaglio
biancheggiava nella penombra odorosa dei palchi. Poi, all'improvviso,
lo sfolgorare di luci, gli scrosci di applausi, e la parete di
velluto con le lunghe frange dorate, che ondeggiava davanti alla
scena. La
sua gioventù! Qualcosa di molto lontano che non rimpiangeva
nemmeno, come faceva il violino scollato, con l'affanno e il grattare
della sua voce divenuta chioccia; perché c'era qualcosa di
vivo, di presente e di nuovo in quella sospesa atmosfera; qualcosa
che riempiva il silenzio d'intorno e che nessuna polvere poteva
invecchiare, come il sorriso limpido di quel negretto
reggicandelabro. C'era
una vecchia canzone che stava lì in mezzo, tra i fogli di
musica tutti gualciti, fioriti di muffa; una pagina più gialla
e increspata di tante altre, soffocata quasi da una pila di carta che
la seppelliva; ma sembrava che in tutto quel fascio di musica ci
fosse lei sola. Veniva un po' in fuori con qualche nota, copiata a
mano confusamente; pochissime battute vergate ad inchiostro di china;
ma dal primo momento, dal primo sguardo che il nostro clarino aveva
lasciato su quelle note, non riuscì più ad appisolarsi
dentro la sua custodia; colpito all'istante da un sacro fuoco.
Leggerla tutta, possederla intera la "sua" canzone, vedere
il seguito di quelle dolci ma troppo brevi battute di esordio. Questo
era il sogno; e si struggeva, si macerava concentrandosi lì,
su quelle poche note, sopra il titolo scritto nel mezzo; un titolo in
"ronde" con gli svolazzi fioriti, complimentosi di un'altra
epoca che s'intrecciavano e si arricciavano intorno alle lettere. Un
supplizio, come a scoprire un profilo di donna, lo snodarsi flessuoso
di una mano bianca e non potere aver altro; né sentire il
suono della voce o sorprendere il lampo degli occhi. Non
sapeva nemmeno se quella canzone, quel titolo, si era mai accorto di
lui, se lo degnava di qualche attenzione; se aveva ascoltato qualcuno
dei gemiti sordi, soffocati che talvolta facevano un poco vibrare il
metallo di cui era fatto. Ma il nostro clarino era strumento di
vecchio stampo, e mai si stancava di credere nel proprio sogno;
sapeva che il suo desiderio struggente, giovanile, la sua aspettativa
sotto la polvere, al lume fioco di una lampadina, non potevano certo
restare inutili; se il "suo" momento non era arrivato, non
poteva tardare a venire. Un
giorno (non si sa di preciso che giorno, non c'era nessun calendario;
non era né San Romualdo né Santa Giustina, non era
domenica e neppure Pasqua, eppure fu certo un gran giorno di festa),
un giorno dunque s'udì un frusciare più intenso, più
insolito nella vetrina del rigattiere; il violino finì di
scollarsi dall'emozione, i calici tintinnarono come campane, il
quadro del re si fermò nel suo processo di sfaldamento; il
"maggiolino" col piede posticcio, i cristalli, il ragno che
filava da Verdi a Beethoven, rimasero immobili, si alzarono in punta
di piedi a vedere... il miracolo. Con un titanico sforzo che si era
maturato in lei da gran tempo, in completo silenzio, la canzone era
riuscita a capovolgere il mucchio di carta che la soffocava, che la
imprigionava da anni; e finalmente si era liberata. Scivolò
dal suo posto, planò dolcemente nell'aria sollevando una
leggera nube di polvere; andò a posarsi con un delicato e
molle arabesco vicinissima al nostro clarino; il quale, un po' per la
polvere smossa da quella leggera ventata e un po' per la grande,
stupenda emozione, diventò lucidissimo, come solo era stato da
nuovo. E
avvenne la cosa più bella che tutti gli oggetti del rigattiere
avessero mai contemplato, una cosa che fece riprendere il battito al
cuore del vecchio orologio, immobile da più di un secolo, e
che le case di quel quartiere si raccontano sempre da allora quando
si sentono giù di morale, e vogliono un poco distrarsi. Così
d'un tratto, mentre le cose stavano attonite, sospese ancora tra
cielo e terra, il nostro clarino cominciò a suonare, a
flautare tutto da solo fino al "morendo dolcissimo" della
canzone. Nulla poteva esprimere meglio il suo amore di quelle note
sgorgate limpide, come un miracolo; e niente esprimeva il consenso
della vecchia canzone meglio di quel silenzioso titanico sforzo di
liberarsi del cumulo di vecchia musica, del suo abbandonarsi vicino a
lui, senza l'aiuto di una parola. Il
clarino suonava come non aveva mai fatto da giovane, neppure quando
era clarino di una grande orchestra, nel silenzio ovattato di un buio
teatro; di fronte alle dame che si sventolavano e al vecchio re che
sedeva nel palco. La canzone, adagiata vicino, ascoltava; le sue
piccole note vergate ad inchiostro di china sembrava che
formicolassero, che palpitassero sotto la luce della lampadina. E
il negretto, dall'alto del suo piedistallo, rideva, rideva felice,
con tutta la chiostra de' suoi denti bianchi. |